Study of two girls.....

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Francois Boucher

martedì 28 gennaio 2014

Due Poesie di Alessandro Panciroli :Muto rimane il destino nei versi dei poeti / Sconosciuta


Muto rimane il destino nei versi dei poeti



La mente invasa tace e
scompare giorno a giorno
l'uomo
Ed è così inutile ogni
poesia, ogni lampo
alla foce verde
del fiume.

Muto rimane
il destino
nei versi dei poeti.

********

Sconosciuta



Sconosciuta.

Occhi di stagno
Palustri





venerdì 10 gennaio 2014

THE LAMIA (part fourth)



Ed eccoci arrivati alla quarta ed ultima parte del post "THE LAMIA". In questo post pubblicherò il testo della canzone "The Lamia" dei Genesis.
Ma prima voglio dirvi alcune cose!
I Greci antichi credevano che le Lamia fossero dei vampiri che rapivano i bambini per succhiarne il sangue. Esse erano raffigurate come dei serpenti con il corpo di una donna.

Secondo un'altra storia, invece, Lamia era una regina libica che si innamorò di Zeus. Purtroppo, però, la gelosa moglie di Zeus, Era, la trasformò in un mostro e uccise i suoi figli. Essa la rese, inoltre, incapace di chiudere gli occhi cosicchè le era impossibile addormentarsi e dimenticare almeno per un po' la terribile immagine della morte dei suoi figli.

Quando Zeus vide tutto ciò, ebbe pietà di Lamia e così le fece il dono di poter rimuovere gli occhi dalle orbite e poi rimetterli al loro posto di nuovo.

In questo modo, sebbene impossibilitata al riposo, ella potè almeno dimenticare per un po' la sua sfortuna.

Pare che, ancora oggi, i Greci dicano ai bambini, per farli spaventare: Guarda che arriva Lamia, invece che l'uomo nero che chiamiamo noi!
Non è fantastico?

We have come to the fourth and last part of the post "THE LAMIA".
The ancient Greeks thought that the Lamia were vampires which kidnapped children to suck their blood. It seems that, nowadays, Greeks still use this mythological figure to frighten their children!
Isn't it incredible?

THE LAMIA, GENESIS (from "The Lamb Lies Down on Broadway, 1974)

The scent grows richer, he knows he must be near.
He find a long passageway lit by chandeleir.
Eache step he takes, the perfumes change, from familiar fragrance to flavours strange.
A magnificent chamber meets his eye.

Inside, a long rose-water pool is shrouded by fine mist.
Stepping in the moist silence, with a warm breeze he's gently kisse.
Thinking he is quite alone, he enters the room as if it were his own.
But ripples on the sweet pink water reveal some company unthought of.

Rael stand astonished doubting his sight, struck by beauty, gripped in fright;
Three vermilion snakes of female face, the smallest motion, filled with grace.
Muted melodies fill the echoing hall, but there is no sign of warning in the siren's call:
"Rael, welcome! We are the Lamia of the pool.
We have been waiting for our waters to bring you cool."

Putting fear beside him, he trusts in beauty blind.
He slips into the nectar, leaving his shredded clothes behind.
With thir tongues, they test taste and judge all that is mine.
They move in a series of caresses that glide up and down my spine.

As they nibble the fruit of my flesh I feel no pain,
Only a magic that a name would stain.
With the first drop of my blood in their veins, their faces are convulsed in mortal pains.
The fairest cries, "We all have loved you Rael."

Each empty snake-like body floats,
Slet sorrow in empty boats.
A sickly sourness fills the room;
The bitter harvest of a dying bloom.
Looking for motion I know I will not find.
I stroke the curls now turning pale in which I'd lain entwined.

"O' Lamia, your flesh that remains I will take as my food;
It is the scent of galric that lingers on my chocolate fingers."

Looking behind me, the water turns icy blue
The lights are dimmed andd once again the stage is set for you.

Il profumo si fa più intenso. Egli sa d'esser vicino.
Si imbatte in un lungo corridoio illuminato da candelabri.
Ad ogni passo che fa, i profumi cambiano da fragranze familiari a sconosciuti aromi.
Una sala magnifica incontra i suoi occhi.

All'interno, una lunga vasca d'acqua rosa è avvolta da nebbia sottile.
Camminando nell'umido silenzio, da una  calda brezza viene baciato.
Pensando d'esser solo, entra nella stanza come fosse la sua
Ma onde sulla dolce acqua rosa rivelano una compagnia inaspettata.

Rael resta attonito, dubitando della sua vista, folgorato dalla bellezza, preso dal panico;
Tre serpenti vermigli con volti di donna, dalle piccole movenze piene di grazia.
Mute melodie riempiono la sala echeggiante, ma non c'è alcun segno d'allarme nel richiamo delle sirene: "Rael, benvenuto! Noi siamo le Lamia della piscina.
Aspettavamo da tanto che le nostre acque ti portassero refrigerio."

Lasciandosi la paura alle spalle, egli ha fiducia nella cieca bellezza.
Egli scivola nel nettare, lasciando i suoi vestiti strappati dietro di sè.
Con le loro lingue esse assaggiano, assaporano e giudicano tutto ciò che è mio.
Si muovono in una serie di carezze che corrono su e giù lungo la mia schiena.

Mentre mordono il frutto della mia carne, non sento alcun dolore,
Ma soltanto un'estasi che un nome macchierebbe.
Con la prima goccia del mio sangue nelle loro vene, i loro volti si contraggono in smorfie mortali.
La più bella urla: "Tutte noi ti abbiamo amato, Rael."

Ogni corpo  serpentino galleggia inanimato,
Muto dolore in barche vuote.
Una nauseante acidità riempie la stanza;
L'amaro raccolto di una bellezza morente,
Cercando la vita so che non ne troverò.
Accarezzo le spire già pallide in cui ero rimasto avvinto.

"Oh Lamia, ciò che resta del vostro corpo mi nutrirà;
E' l'odore dell'aglio che resiste sulle mie dita di cioccolato."

Guardando dietro di me, l'acqua diventa di un gelido blu.
Le luci si abbassano e una volta ancora la scena è pronta per te.

Traduzione di Ipazia
http://www.youtube.com/watch?v=jWRrQ6GlI8o

lunedì 6 gennaio 2014

Karl Kirchwey: On the Janiculum, January 7, 2012″, trad. A. Panciroli


"The city of Rome, like London, has its “towers, domes, theatres and temples,” which are recast in my poem (with a nod to one of Du Bellay’s sonnets in Les Antiquitez de Rome) as “walls, arches, baths and temples.” But it is impossible for a twenty-first century poet to recognize, or feel, in any landscape, urban or otherwise, the Romantic heart that beats for Wordsworth. And without that heart, what is there? There is the beauty of the world, of course: and aesthete poets follow beauty. There is even a moment, for the onlooker, in which the emotions of joy (at its power) and grief (at its brevity) caused by this beauty are momentarily resolved in a sense of tenderness at the apparent vulnerability of the city—just as Wordsworth responded to the vulnerability of the sleeping city of London. But this tenderness almost instantly corrects itself, recognizing that Rome, of all cities, with its long, cruel and dazzling history, is utterly indifferent to the individual human life."

Karl Kirchwey



Earth has not anything to show more fair,
and you’d have to be dead inside not to feel something—
but what, exactly? There are scholars who could tell me
about the walls, arches, baths and temples, and
it’s not that I’m indifferent to such knowledge,
but long ago I learned to follow beauty.
The city lies flushed by sunset in its bowl,
the snow mountains on the far horizon like a dream,
as runnels of violet invade each street,
and what is left, on a winter afternoon,
is a feeling of joy so closely followed by grief
you might almost miss the moment of tenderness
in which both resolve, as if toward something vulnerable:
though the city does not have you, has never had you, in mind.






















Il mondo non ha nulla da mostrare di più bello,
e tu dovresti essere morto dentro per non provare qualcosa-
ma cosa, esattamente? ci sono studiosi che potrebbero parlarmi
di mura, di archi, terme e templi, e
non è che io sia indifferente a tale conoscenza,
ma da molto tempo  ho imparato a seguire la bellezza.
La città si distende nella valle illuminata dal tramonto,
le montagne innevate sul lontano orizzonte come un sogno,
mentre rivoli di violetto invadono ogni strada,
e quel che rimane, in un pomeriggio d'inverno,
è un sentimento di gioia così subitamente seguito dal dolore
che potresti  perdere quel momento di tenerezza
in cui entrambi si risolvono, come  fosse verso qualcosa di vulnerabile:
anche se la città non ti ha, non ti ha mai avuto, in mente.









http://www.poetrynw.org/karl-kirchwey-two-translations-on-the-janiculum-january-7-2012-and-an-evening-like-so-many-others/

sabato 4 gennaio 2014

PETER RILEY, da The Dance at Mociu, ARNOTA, trad. A. Panciroli


Arnota







Dapprima si arriva al paesino di Bistrita, dove termina la strada asfaltata. Un posto squallido, la strada diventa uno sterrato che volta verso un bar  tra gli alberi e di fronte i cancelli di un grande monastero del diciottesimo secolo ora una scuola per bambini disabili mentali. C'è un bus parcheggiato, degli uomini che siedono in cerchio davanti al bar, bambini che vanno e vengono, la luce del sole si disperde tra gli alberi. Per arrivare ad Arnota ( avendo chiesto) dovete avanzare verso il cancello del monastero e voltare a destra , scendendo dietro le case sullo sterrato e le rocce fino al fiumiciattolo che oltrepassa il paese. Uno  spazio aperto ai piedi della montagna disseminato di rami , erba e parti di tubi di cemento. La pista guada il torrente, e c'è un vecchio segnale stradale : "MINISTIRE" con  una freccia dove gira in un fosso boscoso  ed inizia a salire. Continua così per quattro chilometri. Nei versanti più in basso  lungo la strada  ci sono recinti di legno  sotto gli alberi, case di legno più dietro, gente che cammina, c'è sempre gente che cammina lungo le strade, che porta legna ed acqua, che conduce animali da soma, e ragazzi che ci guardano con sorpresa. Poi più ripidamente  nel fianco della montagna gole e cengie, verso le cave. La pavimentazione della strada diventa a malapena guidabile, con grandi buche e solchi, improvvise zone di soffice terreno sabbioso che devono essere affrontate con un certa velocità, i tornanti si susseguono uno dopo l'altro arrampicandosi sul fianco della montagna. per due volte superiamo la curva ed incontriamo mezzi di trasporto che scendono, camion carichi di persone, che avanzano lentamente  verso il paese, perché è già pomeriggio inoltrato.

La pista, e la guida non ne fa cenno, porta dritti nel sito della cava, con una sbarra bianco/rossa a sbarrare la strada. Dalla porta di una baracca di mattoni sbuca un uomo, io grido " Mànastire!" e la barriera viene alzata, con un sorriso. Procediamo in un enorme parcheggio per camion, e ci fermiamo, confusi. L'addetto alla sbarra ci è venuto dietro e ci sta gridando in romeno di girare a sinistra , agitando il braccio sinistro. Alla fine il messaggio ci arriva e individuiamo una ulteriore pista che esce dal lato sinistro del posto, è per davvero una cava enorme, mostruosa. E la pista è più ripida che mai, avanziamo lentamente in prima ridotta su una superficie molto irregolare con pezzi di fondo roccioso esposti, tre ulteriori ripidi tornanti, per arrivare vicino alla vetta della montagna presso una recinzione metallica, con un cancello, con agganciato un vecchio segnale per il monastero. Ci fermiamo, usciamo, e ci guardiamo intorno. La cava si estende sotto di noi, metà di quel lato della montagna scavato, trattori cingolati  si muovono lentamente molto al di sotto. Ma siamo saliti oltre  e l'area della vetta stessa è sufficientemente selvaggia al di là del perimetro del recinto, brulli declivi rocciosi  con folti cespugli  e piccole querce, e fiorellini che spuntano da sfasciumi di rocce rosse, perché è primavera. Il cancello è aperto, lo oltrepassiamo e continuiamo fino ad un parcheggio presso le mura del monastero.




Un monastero abbastanza piccolo, giusto delle mura perimetrali ed un chiesa al centro. Si cammina attraverso il portone e si arriva alla chiesa in mezzo al prato circondato dalle mura. Accanto al portone e di fronte ci sono alloggi nelle mura, ma il resto del perimetro è vuoto. Infatti è così, gli spazi abitabili sono costruiti contro le mura e ne fanno parte, con balconate e finestre che si affacciano all'interno dello spazio recintato. Chiunque viva qui mangia e dorme entro le mura. Una chiesa bianca,stile romanico del 17° secolo. Ci chiniamo per entrare ed è buio, le iconostasi e gli arazzi che brillano appena, figure dipinte sulle pareti, il pavimento ricoperto di tappeti...un vecchio monaco seduto su di una sedia, che non si intromette.






Sventola il permesso di fotografare. Siede e ci guarda, nel caso, per esempio, potessimo cercare di entrare nel santuario.Osserviamo attentamente, i santi dipinti su ogni lato, le icone d'argento, le paradisiache narrazioni incastonate sulla volta annerita, usciamo. Notiamo il portico affrescato e la porta intagliata, e ce ne andiamo in giro per il complesso passeggiando. C'è una zona dove si coltiva verdura sul lato ovest della chiesa, ed una mucca dietro uno steccato di legno. In vari punti pollame indisciplinato. Ad est , dietro l'abside un filo per stendere teso dalla chiesa alla cassetta delle lettere, appesi pochi capi  di biancheria monacale e calzini. Ci sono due gattini che si rincorrono vicino al cancello . Non c'è alcun qualsivoglia segno di un secondo abitante . Fa abbastanza caldo nel tardo pomeriggio, i rumori della cava sono lontani, un vento regolare soffia per tutto il complesso,facendo muovere appena gli alberi fuori.

Dove siamo ora, e come può esistere questo luogo? Il monaco esce e guarda la sua mucca. Non sembra un monaco e tuttavia lo è, vecchio ed un po' curvo, ed indossa un cappello di feltro nero ed un vestito marrone. Non è interessato ai visitatori, ma non ha nulla contro di loro. Si muove lentamente fino al cancello e si ferma accanto ad un piccolo mucchio di tronchi.

E che dire della notte, che dire delle profondità dell'inverno? Chi o cosa arriva sin qui allora? Tra la neve e le bufere ed il buio, gli alberi ghiacciati e spogli nel vento, per vivere tra le mura con una scorta per tre mesi di cibo e combustibile- da soli? è giusto?- una chiesa un guardiano una mucca? Una scrupolosa disciplina giornaliera, standosene soli nella chiesa sulla vetta della montagna con una candela leggendo gli affreschi, pregando. Chi sono allora i visitatori? - volpi, preoccupati novizi che arrivano a piedi da Bistrita,  poiane, orsi? E gli orsi passeggiano lentamente nel mezzo della notte e annusano il cancello chiuso?

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Potete trovare il testo originale qui http://www.shearsman.com/archive/samples/2003/rileyDaMspl.pdf, pagg 17 e segg.